In quanto traduttore della serie REIWA (2026 - Von.Arx.onl) ecco una breve intervista fatta all'autore Theo Bolt.
La sua serie si intitola REIWA, come l'attuale epoca imperiale giapponese. Tuttavia, lei sembra affermare che l'opera non riguarda il Giappone in quanto Paese, bensì "ciò che il Giappone fa a te", una famiglia mista e un nucleo ristretto di personaggi. Perché ha scelto un termine così istituzionale per raccontare un'esperienza così intima e spesso asimmetrica?
Grazie per queste domande. Risponderò con la stessa nudità e mancanza di filtri che cerco di mettere nelle pagine della serie, perché se c'è una cosa che ho imparato - da giovane a Tokyo, da uomo a Kyoto e da... anziano a Sapporo - è che la cortesia, quella certa leggiadria che spesso contraddistingue il Giappone e ce ne fa innamorare, è principalmente una funzione isolante, in azione per proteggere qualcosa.
Sulla scelta del titolo REIWA: ho scelto questo titolo proprio perché è un'etichetta istituzionale, il guscio ufficiale e rigido che vorrebbe contenere un'intera nazione e un'epoca, e che allo stesso tempo annuncia e promette "bellezza e armonia". Ma la mia cronaca è quella di un outsider; mi interessa ciò che accade sotto la superficie ben levigata del presente individuale e collettivo. Il Giappone non è solo un luogo geografico, è una forza che agisce su di te, che ti tiene in una sospensione culturale permanente. Usare un termine così ufficiale per raccontare l'asimmetria di una famiglia che abita nelle reticenze del Giappone è il mio modo di mostrare il contrasto tra il "sistema" e la carne viva di chi ci si imbatte contro ogni giorno, a ogni risveglio.
Lei definisce il suo stile di scrittura Doubun (道文), ovvero 'scrittura taoista'. Come si concilia questa ricerca di un flusso naturale del racconto con la 'gabbia urbana' rigorosa che impone ai sui personaggi, fatta di attriti sociali e oggetti concreti?
Sullo stile Doubun e la "gabbia urbana"... beh, è vero, molti si aspettano una sorta di "Road Stories", storie di viaggio, "on the road". Di fatto i protagonisti di REIWA sono "fuori casa", fuori dell'agio dei loro villaggi natii. E' certamente, il loro, una specie di viaggio, forse più dilatato, ma non per questo privo di rischi e disorientamenti. Per me non c'è contraddizione. La "gabbia urbana", ma anche quella familiare — fatte entrambe di attriti sociali e oggetti concreti — sono i sassi e le buche e gli agguati della strada che sto percorrendo anche io... Il Doubun, questa "scrittura taoista", è il modo in cui scelgo di camminare al centro di questa strada: senza forzare la mano, lasciando che la storia fluisca con i passi del presente. La struttura rigorosa è forse una certa topografia dei cuori. Mi serve a non scivolare nel sentimentalismo; mi costringe a percepire tensioni strutturali e raccoglierle strada facendo.
I lettori ritrovano nella sua voce echi di Bukowski, Dazai e qualcosa di Albert Camus. In che modo questi autori hanno influenzato il suo modo di descrivere la quotidianità a Sapporo, spogliandola dai più beceri cliché del Sol Levante?
Addirittura... Non esageriamo. Forse, come loro, cerco di spogliare qualunque cosa mi capiti sotto tiro, per poi forse rivestirla, prestarle una giacca di fortuna che abbia il mio odore? Non saprei...
Non sono sicuro di evitare propriamente ogni cliché. REIWA è la vita reale così come viene, giorno dopo giorno. Alcuni cliché giapponesi, poi, è impossibile grattarli via e neanche vorrei farlo. Certo, sono ben lontano dalla fissazione superficiale che molti, oggi, hanno del Giappone. E non certo per vana superiorità... Non l'ho davvero mai colta, quella. Forse è addirittura una mia incapacità strutturale.
Il personaggio di Hanako non è mai un 'ponte culturale' per il lettore, ma appare come l'esperienza pura e talvolta ostile del Giappone stesso. Perché ha deciso di rendere la compagna del protagonista Theo, l'ostacolo più alto nel tentativo della sua integrazione?
Hanako è il Giappone stesso: se ti sceglie e ti si attacca addosso è sempre presente, intima, nuda, ma dal cuore inaccessibile, e avarissima di spiegazioni - e soprattutto di atti di affetto. E' ispirata alla attrice Kayoko Honoo. Ho deciso che Hanako non poteva essere un "ponte" perché nella realtà giapponese nessuno ti spiega, sostanzialmente, davvero nulla; il sistema non educa davvero, ti lascia semplicemente fuori se non ti adegui con i comportamenti esteriori che esso esige. Hanako è il muro più alto contro cui Theo sbatte perché incarna l'armatura più profonda del Giappone. Hanako è la "oku-san" più hard-core immaginabile, quella che un marito giapponese chiamerebbe "oni-yome", "la moglie diavolo". Una Hanako dolce e comprensiva è forse esistita pochi giorni nella sua stessa vita, il tempo sufficiente per ingabbiare Theo. Una Hanako dolce e comprensiva sarebbe peggio di un cliché, sarebbe pura invenzione, un tradimento verso il lettore, al quale desidero restituire la verità di cosa significhi davvero vivere qui.
Il concetto di 'asimmetria' è centrale in ogni episodio.
L'asimmetria è la mia condizione naturale di residente straniero. Ma in effetti è diventata anche una scelta estetica per la serie: se non c'è asimmetria, se non c'è quel disagio sottile o quella micro-frizione, allora starei scrivendo il post di un blog e non sarebbe un episodio di REIWA. La tensione narrativa nasce proprio dal fatto che so bene, oggi, io stesso, di vivere "sul" Giappone e non "in" Giappone.
Quasi ogni suo racconto si conclude o contiene una dimensione onirica o, come dice Lei stesso altrove, un classico 'pippone metafisico'. Che funzione ha il sogno nella sua opera?
Il sogno è certamente la mia personale via di fuga, di intrattenimento, guarigione, ma è anche lo strumento con cui scolpisco e cesello i personaggi in 4D.
Il sogno mi permette di esplorare l'archetipo di ogni esperienza e di ogni oggetto, quella "matrice di tutto", fuori tempo e fuori luogo, che nella vita da svegli è coperta dalle bollette da pagare e dal fluire inarrestabile delle cose.
Il sogno consente una mente lucida senza la gravità di un corpo. Fosse per me scriverei e parlerei solo di sogni.
In un suo brano molto intenso, Theo parla del timore che qualcuno possa requisirgli il 'registro ufficiale della vita'. Scrivere REIWA è il suo modo di rivendicare il diritto di compilare la propria esistenza, nonostante il senso di fallimento e di esclusione sociale?
Scrivere questa serie è esattamente il mio modo di tenere ben saldo quel registro. C'è sempre il timore che un "inserviente magico" (una specie di kuroko) venga a requisirti, mentre sei in scena, il diritto di affermare e compilare la tua propria esistenza, perché sei un fallimento per te stesso e per il sistema nel quale ti sei intrufolato. Raccontare la storia di una famiglia e registrare la strada sulla quale cammino è l'unico modo che ho per non diventare io stesso... traffico. È un atto di rivendicazione d'identità.
Il protagonista si definisce, senza dirlo, un 'sensore umano dentro un sistema che non spiega'. Dopo decenni di vita in Giappone, crede che l'incompletezza della comprensione sia il traguardo finale del suo viaggio umano e letterario o spera ancora in una riconciliazione?
Credo che comprendere l'incompletezza della comprensione sia il punto d'arrivo onesto. Anche io non sono davvero altro che un sensore umano che registra attriti. Forse, se scoprissimo i veri documenti d'identità di tutti noi, non troveremmo nomi e nazionalità, ma banali funzioni: sensore umano, agitatore animale, trasduttore vegetale...
Io non cerco più attivamente una conciliazione che magari mi trasformi in qualcosa che non potrò mai essere; accetto di essere un "pioniere ritardatario" che si fa il culo in una "città adolescente senza tette". Anche Theo e io, come diceva McLuhan, corriamo a tutta birra in autostrada, guardando solo nello specchietto retrovisore. E' la condizione umana...